domenica 29 maggio 2016

Puzzle Box. Origini, Storia delle scatole rompicapo e delle scatole trucco

È difficile stabilire con precisione dove e quando ebbero origini le puzzle box. Sebbene l'idea di un luogo particolarmente organizzato e protetto risalga alle piramidi egizie (le prime straordinarie opere di grande ingegno a poter essere considerate grandi rompicapo con tanto di camere segrete, nascondigli,sarcofagi, vani, ingressi secondari, pertugi nascosti), l'ambito in cui sorsero  è il Rinascimento, quando si costruirono mobili e portagioielli con meccanismi di apertura e vani segreti.
La loro produzione su larga scala comincia però nell'800, nell'inghilterra vittoriana, quando furono create appositamente come forma di svago, per divertire e incuriosire la gente e sempre in questo periodo in giappone, con un meccanismo di apertura diverso dalle portagioielli che si andranno affermando in tutto il mondo.
Questo sito (info) riporta questo libro cassettiera del 1600 nascondiglio di droghe e pozioni, con intrugli come belladonna, valeriana e oppiacei e una bottiglietta di vetro con su scritto un salmo bibblico della lettera agli ebrei: "Statutum Est Hominibus Semel Mori" (lett. "Fu stabilito agli uomini di morire una volta sola")



Cercando tra i nostri antiquari del 1700 scopriamo vani segreti doppi fondi tra libri e mobili dell'epoca. Ecco un tavolino apribile del 700 che nasconde al suo interno un piccolo vano segreto.



Il video qui sotto mostra un bellissimo mobile del 1800, con una tecnologia avanzata ed efficace e che fa rendere conto di quanto avanzata fosse la ricerca. Tant'è che dietro molti puzzle in generale si celava spesso un illustre matematico o scienziato






Nel 1997 due Ricercatori Jerry Slocum e Dieter Gebhardt pubblicano il libro Puzzles from Catel's Cabinet and Bestelmeier Magazine. Tra i due lavori analizzati dal testo il più importante è senza dubbio il "Catel's Cabinet" , dove  compare ufficialmente per la prima volta l'espressione "puzzle box", con tanta di definizione.  Il testo raccoglie in sostanza tutta la merce del negozio di Catel, un negoziante berlinese del XVIII sec. che realizzò un catalogo per inventariare e promuovere al grande pubblico gli oggetti del suo negozio (info). All'interno di questo suo elenco c'è un disegnino e   una descrizione che fa comprendere di cosa si tratti.

Ecco egli come descrive una "Puzzle box:



 Una rappresentazione di puzzle box che si avvicina non tanto ai portagioielli rompicapo che si diffonderanno sia in Europa che in Giappone sul finire dell'800 ma alle Himitsu Bako, dalle tipiche configurazioni a slide e delle quali si comincerà a parlarne solo dal 1830.

Himitsu Bako


Sappiamo infatti che a destare confusione comparvero contemporaneamente in Giappone e in altre parti del mondo alla fine del periodo Edo dei portagioielli ad imitazione europea, dei piccoli scrigni con un formato standard sia come meccanismo di apertura che come aspetto e che divennero presto dei souvenir turistici. Eccoli tutti identici sia nei meccanismi che nella struttura:

Porta Gioielli - Puzzle Giapponese


  
Porta Gioielli - Puzzle Turco


Porta Gioielli - Puzzle Indiano 


 Marocco


Europa Orientale (Polonia-Romania-Ungheria, etc)

Italiana  (Sorrento)


Ciò testimonia non solo che gli scambi commerciali tra oriente e occidente avessero favorito questa contaminazione, in diversi luoghi del pianeta assai distanti tra loro 

Di Catel  si sa dunque che fosse un abile negoziante rivenditore, ma il suo inventario è importante per comprendere del grande fermento settecentesco del periodo, di illustri costruttori rompicapisti  che pensarono a vendere e a diffondere alle masse il proprio prodotto. Il negoziante tedesco aveva contribuito col suo negozio a esportare in buona parte dell'europa tanti di questi oggetti da non riuscire ad un certo punto a soddisfare l'enorme richiesta. Nonostante queste motivazioni a carattere commerciale che caratterizzano i puzzle, delle scatole -  rompicapo di Catel non sembra esserci traccia sebbene queste somigliano a quelle che vedremo in Giappone una quarantina d'anni più tardi, non possiamo essere assolutamente certi che siano le stesse.

E veniamo al Giappone, dove si affermano le Himitsu Bako. Jerry Slocum,in un articolo del settembre 2003 della rivista "Southeastern Antiquing and collecting magazine" scrive: è probabile che il Giappone realizzasse "puzzle box" già prima del 1800, ma si trattava di una "closed society", di un circolo chiuso, un ambito che l'ammiraglio Perry aprì al commercio nel 1854". Nel corso del decennio successivo il paese del sol levante cominciò a esportare con le altre nazioni, tanto che i propri portagioielli vennero venduti dal 1867 nel catalogo "Adams e Co" di Boston come "Vero artigianato Giapponese". Il bravissimo Slocum, probabilmente il più informato in merito,mi lascia un po' perplesso perchè non fa una distinzione tra portagioielli e himitsu bako, distinzione che conosce comunque benissimo e che preciserà in seguito parlando delle himitsu bako e sorvolando sulle altre dove le differenze erano comunque ben evidenti.Ufficialmente quindi le prime himitsu bako appaiono ai registri storici nel 1830, nell'ultimo periodo Edo (1603-1860). Sembra che inizialmente le scatole venissero usate in questo contesto per tenere strumenti banali come quelli da cucito per poi diventare in seguito vere e proprie cassette di sicurezza per custodire denaro o trasportare documenti preziosi (tantè che ancora oggi vengono etichettate su alcuni siti di vendita come le "cassette dei samurai")

Nel 1896 il Catalogo "Marinka e Co" mostrò la decorazione di una scatola rompicapo giapponese, una scatola con un cassetto che sbucava da 4 diverse direzioni.Le produzioni di fine 800, inizi 900 prevedevano da due a 4 movimenti di apertura (di solito due) ed erano vendute per diverse centinaia di dollari.Esse venivano o laccate o impiallacciate, utilizzando in quest'ultimo caso una tecnica praticata per secoli in giappone chiamata yoseki e caratterizzata da un pattern a mosaico per i diversi tipi di legno utilizzati.La legge americana del 1891 impose che tutte le scatole importate dal Giappone dovevano riportare la dicitura "Nippon", una legge che fu rafforzata con quella del 1921, ma  la diciturà fu cambiata in "Made in Japan". Le puzzle box che vanno dal 1945 al 1952 riportano la dicitura "Made in occupied Japan", per poi tornare "Made in Japan" definitivamente.

Le scatole prima della seconda guerra mondiale erano più piccole, tonalità di legno più scure e particolarmente curate e talvolta avevano una fessurina per l'inserimento delle monete nel caso erano pensate come un salvadaio, quelle post belliche sono più grandi, più chiare.
Le scatole vendute richiedono fino ad un massimo di 74 mosse, sebbene ci siano scatole rarissime come quella realizzata dall'artigiano Okiyama-san che richiede 119 mosse (ce ne sono solo 19
e l'ultima è stata battuta all'asta a 10 mila dollari) e ve ne siano altre che richiedono addirittura 122 e 125 movimenti di altri artigiani.
Il luogo di produzione in Giappone è Hakone, punto nevralgico per la ricca boscaglia in grado di rifornire dei principali legni necessari ai parquet caratteristici.




Himitsu bako

 fatto sta che nel IXX sec. cominciò a diffondersi l'idea che anche i giapponesi potevano proporre quelle scatole come souvenir al pari di come già avveniva a malaga, a napoli, Romania e in altri luoghi più impensabili come polonia, marocco, turchia, india.

Il Cambiamento di Rotta

Negli anni 80 si vennero affermando quelle che tradotte banalmente possiamo chiamare scatole trucco. In questo caso è l'evoluzione della rompicapistica ad ispirarla. Tra i grandi pionieri di queste c'è Akio Kamei, che pensò di realizzare delle scatole che avessero delle logiche diverse da quelle tradizionali, scatole che ingannassero a prima vista colui che voleva aprirle e che probabilmente giá conosceva le Himitsu Bako. Le scatole trucco faranno riferimento a sistemi che prevedono non solo slide, ma bussole, magneti, o che sfruttano la forza gravitazionale e che aprano Dio sa con cos'altro.


Breve parentesi scientifica

Agli inizi del XX secolo la fama delle scatole-rompicapo accrebbe anche in ambito scientifico. Lo psicologo americano Edward L. Thorndike  le utilizzò per studiare le leggi di apprendimento degli animali  e per formulare la sua dottrina della "prova ed errore". Un gatto rinchiuso in una scatola a fronte di diversi tentativi avrebbe dovuto attivare il meccanismo per uscire dalla scatola,

L'evoluzione oggi

Dagli anni 80 del 900 le puzzle box hanno ritrovato lustro grazie ai lavori del giapponese Akio Kamei, dell'inglese Trevor Wood dell'irlandese Frank Chambers e da tutto il movimento degli appassionati di puzzle che si affermerà fino ai nostri giorni. Fu proprio Kamei a proporre a tutto assieme il suo movimento, il gruppo Karakuri, delle scatole trucco, dei rompicapo che avevano meccanismi e logiche diverse dalle Himitsu Bako e dalle scatole portagioielli.
Dal 2000 ad oggi compaiono grazie al geocaching, una versione postmoderna di caccia al tesoro per gli utenti di questo tempo fatto di web e gps, nuove scatole infarcite a volte anche di tecnologia, di curiosi labirinti o realizzate con i materiali più svariati come i mattoncini del Lego o realizzate al laser con apposite stampanti per i compensati in legno o per la plastica 3D



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